B. V. di Caravaggio | Parrocchia di Chiari - Brescia |
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Note sulla Chiesa della Beata
La chiesa della Beata Vergine di Caravaggio è, in ordine di tempo, l’ultima delle fabbriche religiose a essere stata elevata. Costruita sul luogo ove già esisteva una sacra immagine della Madonna di Caravaggio è, tra le chiese maggiori di Chiari, l’unica a non aver subito trasformazioni radicali e ricostruzioni. La prima notizia circa la costruzione risale al 1669. In quell’anno la venerata effigie fu protetta da un muro e un piccolo portico. Eletti alcuni deputati alla costruzione di un edificio sacro più degno, nel 1680 ci si risolse a far domanda per la costruzione della chiesa al Capitano di Brescia e al Vicario Generale della Diocesi. L’anno successivo, ottenuto il permesso dalla Curia Vescovile (che prevedeva anche, al fine di non moltiplicare le chiese, l’abbattimento, a chiesa compiuta, della vicina chiesetta di San Genesio), vennero avviati i lavori che procedettero molto alacremente anche grazie alle moltissime offerte e lasciti che piovvero in quei pochi anni. Il 24 maggio 1690 la chiesa era ultimata e benedetta dal Vicario Generale di Brescia Ludovico Bigoni, dal Prevosto Giacomo Giugno, dal Capitolo, dalle Confraternite e dai Religiosi. Compiuta la chiesa, era necessario decorarla con opere degne del luogo. A tal fine fu commissionata a Giacomo Faustini la grande ancona dell’altar maggiore; la pala invece fu commissionata al pittore iseano Domenico Voltolini e risulta finita nel 1699. Lavori successivi all’ancona furono compiuti da Lorenzo Olmi, mentre la doratura risulta pagata a Nicola Rizzi nel 1720. Nel 1728, con grande concorso di popolo, venne trasportata l’immagine della Vergine di Caravaggio da un altare laterale al luogo dove si trova. Durante il ’700, o all’inizio dell’800, la chiesa fu ridipinta eliminando le eleganti decorazioni a losanghe bianche e rosse; in tale occasione, forse, furono commissionati a Giuseppe Teosa i tre affreschi del coro raffiguranti l’Assunzione della Vergine nella lunetta sopra l’altare e alle pareti laterali la Vergine con giovani e fanciulle in atto di venerazione. Durante i secoli la chiesa è stata arricchita di molte opere, alcune qui trasportate da altre fabbriche: l’altare maggiore in marmo si trovava in Duomo e fu acquistato dai deputati della chiesa di Caravaggio nel 1748; il prevosto Pietro Faglia in quell’anno, infatti, aveva fatto innalzare l’attuare bellissimo altare e questo non serviva più. Nel corso dei restauri ottocenteschi del Duomo furono qui portate anche le cinque tele dei Fiammenghini che si trovano in controfacciata e la pala di san Pietro Martire un tempo collocata sull’altare del Sacro Cuore. ALTARE DI SAN PIETRO MARTIRE
Entro un’ancona in scagliola di foggia neoclassica, compiuta nel 1828 da Pasquale Pasquelli, è collocata questa pala rappresentante il Crocifisso con Maria Vergine, e i Santi Antonio da Padova e Pietro Martire. La tela è firmata da Giuseppe Tortelli senior e datata 1602. È una tela di non spregevole fattura, ma assai popolare, con evidenti difficoltà nella composizione e nelle proporzioni. Come si diceva, si trovava all’altare del sacro Cuore in Duomo e fu sostituita nel 1845 dalla tela di Giuseppe Sogni.
ALTARE DELLA BEATA VERGINE DELLA NEVE
La bellissima ancona in legno dorato denuncia una fattura assegnabile alla prima metà del ’600. Questo significa che l’altare fu qui trasportato da una località sconosciuta. La pala, curiosa per l’inserto di una piccola tela di epoca posteriore, è la copia pedissequa della pala dei santi Fabiano e Sebastiano nella chiesa di san Sebastiano, opera del Fiammenghino. Non si conosce l’autore di questa copia, che rappresenta Le sante Lucia e Agata con angeli musicanti. La piccola tela con la Madonna della neve che occulta una nicchia nella quale doveva stare una statua della Vergine, è opera settecentesca (forse dell’epoca in cui fu trasportato l’altare) del pittore Pietro Scalvini. Al culmine della cornice si può ammirare un gustoso quadretto seicentesco con la Visita di Maria Vergine a santa Elisabetta. ORGANO
Dai documenti risulta che l’organo fu offerto dal Canonico don Giuseppe Martinengo nel 1707 . È opera pregevole degli organari bergamaschi Cadei. La cassa d’organo e la controcantoria sono opere di discreto valore, in aggraziate linee settecentesche. ALTARE DI SAN FILIPPO NERI
Nel 1844 fu compiuta da Desiderio Manfredi l’ancona in scagliola, che racchiude la pala rappresentante La Messa di San Filippo Neri. La tela è molto sciupata e assai ridipinta, al punto che non è possibile dare un giudizio di valore su di essa. Un accurato restauro potrebbe restituire un dipinto di buona fattura e scongiurarne la rovinosa perdita.
CAPPELLA MAGGIORE
I tre affreschi che decorano il presbiterio furono dipinti da Giuseppe Teosa nel 1827. Racconta una voce che il pittore, scontento del trattamento avuto dalla Comunità, prima di smontare le impalcature, salì sui ponti e dipinse due ‘svarioni’ anatomici: una fanciulla col gozzo e un fanciullo con due piedi destri. La voce pare motivata guardando i bellissimi disegni conservati presso la Pinacoteca cittadina dove queste due sgrammaticature non sono presenti. La splendida ancona dell’altare è opera di Giacomo Faustini, commissionata prima del 1690 e compiuta prima della sua morte avvenuta nel 1703. L’ancona doveva contenere il dipinto della deposizione dalla croce, ora al primo altare di destra. La tela infatti è manifestamente opera del Voltolini ed è datata 1699, anno per cui risultano pagamenti al pittore per la pala dell’altar maggiore. In un secondo momento, i deputati della chiesa videro bene commissionata a Lorenzo Olmi la ‘cornice’ che coincide con la parte interna dell’ancona che ospita l’affresco dell’apparizione della Vergine di Caravaggio, qui trasportato, dopo essere stato staccato dall’altare laterale che lo ospitava, nel 1728. L’altare in marmo si trovava fino al 1748 nel presbiterio della Chiesa Parrocchiale e fu qui trasportato dopo l’acquisto dell’attuale da parte del Prevosto Pietro Faglia. È un bellissimo manufatto in commesso marmoreo con due statuette in marmo raffiguranti i santi Pietro e Paolo (una delle due è stata asportata nel furto del 1995). Al centro reca il medaglione in marmo con scolpito il Pellicano, simbolo dell’amore di Cristo. ALTARE DELLA DEPOSIZIONE
Nel 1828 fu realizzata l’ancona in scagliola, opera di Pasquale Pasquelli; contiene la tela della Deposizione dalla croce con la Vergine Addolorata e Santi, datata 1699. L’opera, come si diceva poco sopra, fu commissionata per essere la pala dell’altar maggiore e qui spostata in data imprecisata. È opera di Domenico Voltolini, anche se il Rota l’attribuì a Giuseppe Tortelli junior, ma senza alcuna pertinenza stilistica. CONTROCANTORIA
Sotto la controcantoria, in una nicchia in stile neorinascimentale, è custodita la splendida statua della Vergine con Bambino opera firmata e datata da Antonio Zamara nel 1490. Gli Zamara furono scultori clarensi attivi nel XV e XVI secolo. Il più famoso fu Clemente, autore delle tarsie del coro di San Giuseppe a Brescia e di molte opere a Canneto e Asola. La statua della Madonna di questa chiesa ricalca ancora la solidità delle statue gotiche, ma ad essa è aggiunta una dolcezza tutta rinascimentale nell’ovale del volto e nel panneggio pausato da morbide e grandi pieghe. ALTARE DEI TRE SANTI
Realizzata in legno dipinto, l’ancona è opera settecentesca e racchiude la discreta pala che raffigura i Santi Giovanni Nepomuceno, Vincenzo Ferreri, Francesco di Sales, assai venerati nel XVIII secolo. È una tela di discreto valore, anche se in moltissime parti ridipinta. ALTARE DEI SANTI FERMO E RUSTICO
La tela è coronata da una decorazione a fresco che riprende moduli in voga vero la metà del ’700. Il dipinto è però più antico ed è nello tile dei Fiammenghini. È probabile che faccia parte delle opere di bottega che i due pittori milanesi, estremamente prolifici, compirono negli anni in cui si trovavano a Chiari, tra il 1616 e il 1633. CONTROFACCIATA
Sono raccolte in controfacciata tre grandi tele dei trionfi dei Santi Faustino e Giovita, un tempo in San Faustino, e le due ante d’organo (parte interna) dell’antico organo Antegnati del Duomo. Tutti e cinque i dipinti sono opera di Giovanni Mauro Della Rovere, compiuti nel 1621 e 1630. Rappresentano dall’alto a sinistra: Il salvataggio dei due Santi presso Napoli, L’esorcismo presso il ponte Molle a Roma, San Giovita a cavallo, Le prime prove dei martiri e la comunione in carcere, San Faustino a cavallo.
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